L’Appello della Confesercenti di Roma e del Lazio alle Forze politiche e Parlamentari: la crisi è pesantissima, se non si assumono presto degli interventi straordinari sarà una catastrofe economica.
La Confesercenti di Roma e del Lazio lancia l’appello alle forze politiche e Parlamentari chiedendo: la Proroga della Cassa integrazione in deroga prevista per le micro e piccole imprese, necessaria per evitare il rischio occupazionale e di chiusura delle imprese e la necessaria semplificazione delle procedure; lo Stop allo Smart Working, il ricorso al lavoro “agile” di massa e forzato di oltre 400 mila dipendenti; un errore e un danno per l’economia diffusa che perde 130 milioni al mese. A rischio la chiusura altre 6000 imprese dell'area metropolitana di Roma.
Stiamo attraversando una fase estremamente difficile: i consumi interni non ripartono, nonostante le promozioni messe in campo dal settore commerciale, ed il turismo è fermo. Molte attività di questo comparto non hanno riaperto e non sappiamo se lo faranno nei prossimi mesi. Così Roma, il suo centro storico, rischia un collasso economico. Nonostante occorra mantenere alta l’attenzione sul rischio contagio, occorre innanzitutto che la città torni a lavorare e vivere. Abbiamo stimato le imprese chiuse da inizio anno e siamo già vicini alla soglia delle 5 mila. Se non invertiamo la rotta tra agosto e dicembre registreremo almeno altre 6 mila chiusure. Un danno economico e occupazionale pari soltanto al peggior anno della crisi economica mondiale scoppiata nel decennio trascorso.
La riforma degli ammortizzatori sociali, che si sta affrontando in sede nazionale, va bene, ma solo se non comporterà aggravi aggiuntivi per le imprese. Più urgente, comunque, resta sciogliere il nodo della cassa integrazione: se non verrà prorogata, nel commercio non alimentare, nella somministrazione e nel turismo, migliaia di contratti a tempo determinato potrebbero non essere rinnovati a settembre. E anche la posizione dei lavoratori a tempo indeterminato è fragile: fino a 2 su 10 potrebbero perdere il posto.
La priorità, in questa fase, deve essere disinnescare rapidamente la bomba lavoro: in questi settori, infatti, sono attualmente attivi a livello nazionale 496 mila contratti a tempo determinato. Occorre dare a imprese e dipendenti la tranquillità e la flessibilità necessarie per portare avanti un riavvio estremamente difficile, soprattutto per le piccole attività di prossimità che ancora soffrono l’onda lunga dell’emergenza Covid 19. Sulla Cassa Integrazione in deroga ci sarebbero tante le cosa da dire: tempi lunghi, modalità farraginose, erogazioni ritardate, sono un peso insopportabile, ma quello che vogliamo denunciare è il rischio che al termine del periodo concesso, le imprese che non fossero nelle condizioni di far rientrare sul posto di lavoro i propri dipendenti perché i consumi non sono tornati ai livelli anti Covid-19, non potendo effettuare licenziamenti siano costrette a chiudere definitivamente.
Prima di procedere, pertanto, alla riforma, valorizziamo l’attuale assetto degli ammortizzatori sociali e procediamo, urgentemente, alla proroga per almeno altre 18 settimane delle integrazioni salariali e alla sburocratizzazione delle procedure INPS, con contestuale finanziamento delle misure di emergenza.
Ci sarà tempo, nel prossimo futuro, quando potremo permetterci come sistema paese le riforme strutturali, per mettere mano al sistema del sostegno al reddito. Si dovrà ipotizzare una riforma graduale che incida sul sistema per garantire una più efficiente gestione delle domande di accesso alle integrazioni salariali (CIG e fondi di solidarietà bilaterali), una modalità unica a livello nazionale di accesso con una responsabilità di un unico contact center, evitando differenze tra territori e filiere, una struttura variabile della contribuzione a seconda delle dimensioni dell’impresa, del territorio e del mercato in cui opera. Deve essere, però, un intervento senza costi aggiuntivi per le imprese, che già pagano caro il lavoro: il cuneo fiscale a carico delle imprese, lo scorso anno, ha raggiunto quota 142 miliardi di euro. Un carico già ai limiti della sostenibilità, che deve essere ridotto, e non aumentato.
Stop al lavoro da casa. il caso dell’area romana
Il ricorso allo smart working di massa e forzato di oltre 400 mila dipendenti è un errore e un danno per l’economia diffusa che perde 130 milioni al mese ed a rischio vi è la chiusura altre 6000 imprese.
Il lavoro cosiddetto agile, da casa, di massa e di fatto forzato da motivi, appunto, di forza maggiore poteva essere tollerato nel momento del cosiddetto look down, ma ora sta diventando un boomerang lanciato contro i servizi, che non vengono più assicurati come prima del blocco e un danno per l’intera economia. Soprattutto in una grande città come Roma, per la presenza di Pubblica amministrazione e grandi aziende a partecipazione pubblica e private.
Lo smart working, non piace a chi deve ricevere servizi, come l’insieme dei cittadini, che spesso trovano uffici chiusi, passano ore al telefono in cerca di risposte, o si attendono risposte a mail che probabilmente non arriveranno mai e non piace, nemmeno al tessuto produttivo della città organizzato per assolvere a questa domanda di servizio che oggi non c’è o che prende altre strade con l’esplosione degli acquisto on line. Così la rete distributiva commerciale, turistica e dei servizi oggi esistente ne subisce un colpo irrimediabilmente mortale.
A Roma, in particolare nell’area della città storica e non solo, vi sono importanti strade di transito e commerciali socialmente ed economicamente morte anche per effetto dello smart working.
Il ricorso al lavoro cosiddetto agile, dovrebbe essere articolato su basi contrattuali diverse, con strumenti e organizzazione del lavoro proprie e presuppone la digitalizzazione di migliaia di adempimenti che ancora oggi si realizzano manualmente e direttamente presso le sedi preposte. Ecco perché, secondo noi, è sbagliato un ricorso al lavoro agile di massa, prolungato nei mesi senza percorsi contrattuali e organizzazioni del lavoro, dei servizi e della città che li ospita.
Secondo una nostra indagine, il quadro che ne scaturisce dimostra l’entità del fenomeno. Su uno stock di occupati nell’area metropolitana di Roma di circa 1.800.000 l’incidenza dello Smart working si potrebbe stimare per difetto in circa 450.000 occupati (25% della forza lavoro). La maggioranza fa capo direttamente alla Pubblica Amministrazione con una incidenza del 75% in Smart (totale o parziale) pari a circa 340.000 occupati. Mentre i restanti 110.000 lavoratori in Smart sono prevalentemente occupati nelle grandi aziende a partecipazione pubblica o private, nei servizi alle imprese e alle persone in particolare. Molto residuale è il ricorso allo Smart in altre attività come quelle commerciali, turistiche o nel manifatturiero, industria, costruzioni, agricoltura e trasporti.
Secondo nostre stime, la mancata spesa nel tessuto commerciale turistico e dei servizi della città di Roma è di oltre 130 milioni al mese. Se questa situazione dovesse perdurare fino al mese di dicembre il fatturato che verrebbe a mancare equivale all’attività di circa 6000 piccole attività nei prossimi mesi. Bar, ristoranti e negozi, che sarebbero costretti a chiudere per il venir meno del fatturato. Un numero che sommato alle 5mila attività già chiuse da inizio anno, darebbe un saldo di 11mila attività cessate nel corso del 2020. Un dato più che triplicato rispetto all'andamento degli ultimi anni, in cui già si registrava il perdurare degli effetti della crisi economica mai definitivamente superata.
Come negli anni più duri della crisi economica, esplosa nel 2008, che da noi si registrò a cavallo tra il 2010 e 2011 e poi protrattasi, oggi registriamo gli effetti della crisi pandemica per le piccole e medie imprese. Ritorniamo a lavorare e vivere la città, altrimenti la desertificazione e gli effetti economici saranno pesantissimi.





