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Previsioni economiche Confesercenti Ref: Pil giù nel 2014, mini ripresa nel 2015 PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 08 Settembre 2014 16:28

negozio chiuso

Pubblichiamo le previsioni macro-economiche di Confesercenti nazionale e Ref che analizzano l'andamento economico del nostro Paese.

Previsioni macroeconomiche Confesercenti Ref: Pil ancora giù nel 2014 (-0,2%), mini-ripresa nel 2015 (+0,9%).

Il 2014 è stato un  altro anno di piena crisi.  L’Italia non riesce a tornare su livelli di crescita accettabili.  L’anno scorso rispetto alla fase pre-crisi, ovvero il 2007,  il Pil ha registrato una caduta dell’8,5%, i consumi delle famiglie una perdita del 7,6%. Il cedimento del potere di acquisto delle famiglie negli anni terribili della recessione, diminuito di 86 miliardi di euro rispetto al 2007, completa questo disastroso scenario.

Di questo passo ci vorranno 7 anni per un rientro del Pil sui valori del 2007, 6 anni per i consumi e 8 anni per gli occupati.

Nel 2014 le previsioni del rapporto Confesercenti-Ref indicano una nuova caduta del Pil dello 0,2%. I consumi delle famiglie si attestano su un fragile 0,2%, per gli investimenti fissi lordi  è indicato  un nuovo scivolone dell’1,5%. Meglio vanno le esportazioni, che pure in un contesto difficile salgono dell’1,9%. Sul piano dei conti pubblici l’indebitamento netto si attesterebbe invece attorno al 3%, mentre il debito pubblico - vero incubo del nostro Paese - crescerebbe ancora dai 132.6  miliardi di euro del 2013 ai 135.7 di quest’anno.

Secondo il rapporto Confesercenti-Ref senza una forte svolta il 2015 non si presenta con le caratteristiche di un’economia in grado di voltare pagina. Lo scenario migliora, ma non tanto da far prevedere benefici consistenti per il mercato interno e per l’occupazione. Il Pil dovrebbe infatti salire dello 0,9%, i consumi delle famiglie di un timido 0,7%, mentre gli investimenti fissi lordi tornerebbero in territorio positivo con un 1,6%.

Si attenuerebbe invece il rischio deflazione, con un’inflazione che passerà dallo 0,4% di quest’anno allo 0, 7% dell’anno prossimo.  Resta però alto il tasso di disoccupazione che scende dal 12,5% del 2014 al 12,3% del 2015. E si profila ancora un record del debito pubblico che arriverebbe al 136,7% nel 2015, salendo quindi di un punto percentuale rispetto al 2014. L’indebitamento netto sarà invece in calo dal 3% al 2,7% dell’anno prossimo.

Una duplice emergenza però continua a preoccupare: le chiusure di imprese che nei primi otto mesi solo per il commercio si attestano a quota 25 mila  e la altissima disoccupazione. In Italia ci sono sei milioni di persone che non lavorano o perché hanno perso il posto (sono circa tre milioni) o perché sono rimasti ai margini del mercato del lavoro scoraggiati dalla situazione di crisi (altri tre milioni).  

L’occupazione registra inoltre  due ritardi pesantissimi da ridurre: il tasso di occupazione fra le persone fra i 20 e i 64 anni di età è pari al 59,8% ben lontano dalla media europea (68,5%). Mentre il tasso di occupazione femminile nella stessa fascia di età era pari al 49,9% ovvero venti punti in meno della media europea. Ed il crollo delle opportunità occupazionali si è abbattuto più duramente proprio sui più giovani.

Si aggiunga che altri due settori, tradizionalmente volani di sviluppo come l’edilizia ed il turismo hanno pagato un prezzo salatissimo alla recessione. Per il turismo possiamo parlare di una vera e propria opportunità mancata anche per l’assenza di politiche mirate alla ripresa del settore. Questa estate, complice anche il maltempo, la stagione  ha prodotto risultati deludenti: sono mancati all’appello soprattutto i turisti italiani con un calo di presenze che va dal 7 al 9%. Il più colpito è stato il turismo balneare con un 15-20% di presenze in meno. Anche il turismo straniero ha segnato il passo con un aumento di soli due punti percentuali rispetto ad una crescita del 15% nell’estate del 2013.

Occorre che il 2015 dia un segnale forte con una crescita che porti il Pil a superare il  punto percentuale. Obiettivo prioritario da raggiungere con alcune misure molto consistenti. La nostra proposta è di continuare nell’azione sollecita di riduzione delle spese, mostrando decisione su alcuni capitoli come il taglio delle partecipate e l’abolizione di province e piccoli comuni, troppe volte evocata senza successo.

Centrale però resta l’intervento sul fisco: la proposta di Confesercenti è di operare un intervento sul lato fiscale, composto dall’estensione del bonus di 80€ ai pensionati entro i 25.000€ di reddito annuo e dal taglio di almeno due punti delle aliquote irpef. Il costo sarebbe di circa 15 miliardi di euro. L’effetto sul Pil di una tale misura si aggirerebbe intorno allo 0.2% se ottenuto con parallele riduzioni di spesa e dello 0.7% se effettuato in deficit. Ovviamente va anche assicurato il rinnovo, permanente, del bonus di 80 euro ai lavoratori dipendenti, varato quest’anno. Il che farebbe arrivare le risorse messe e disposizione per le famiglie, in particolare quelle con redditi più bassi, e maggiore propensione alla spesa, a circa 25 miliardi.

Sicuramente, avendo la certezza che questi interventi siano permanenti, si produrrebbe un effetto positivo sulla nostra economia, a partire dai consumi delle famiglie, e si potrebbe così avviare un effetto moltiplicatore che potrebbe ridare fiato anche alle imprese ed all’occupazione. Nel caso italiano una strategia di questo genere appare coerente con l’ipotesi governativa di mettere in campo una serie di riforme in grado di innalzare nel medio termine il tasso di crescita potenziale dell’economia, in modo da consentire di posticipare l’aggiustamento fiscale rinviandolo ad una fase meno sfavorevole dal punto di vista della crescita.

Vanno anche proseguiti gli sforzi per individuare le modalità, a livello europeo,  per accrescere gli investimenti pubblici, sia attraverso deroghe ai vincoli di bilancio, sia attraverso l’individuazione di canali di finanziamento specifici a livello comunitario. Un aumento degli investimenti pubblici sarebbe, fra le misure di politica di bilancio, quella con maggiori probabilità di conseguire effetti positivi sulla crescita nel medio periodo.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Ottobre 2014 13:08
 
Confesercenti: L'Italia non riesce a superare la crisi. Le proposte PDF Stampa E-mail
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Lunedì 08 Settembre 2014 16:23

foto 4

IL QUADRO MACROECONOMICO

PER L’ECONOMIA ITALIANA

2014 E 2015

 

SINTESI PER LA STAMPA

Confesercenti in collaborazione con REF Ricerche

 

L’Italia non riesce a superare la crisi.

Questo il documento presentato da Confesercenti nazionale alla stampa.

A sette anni dall’avvio, nell’estate del 2007, della crisi del mercato bancario europeo, la nostra economia non ha ancora iniziato l’inversione di tendenza. Il PIL italiano registra, infatti, al 2013, rispetto ai livelli pre-crisi, una caduta pari all’8,5% ed i consumi delle famiglie una perdita del 7,6%. Le imprese stanno subendo una sorta di assuefazione ad un contesto di recessione, che ne condiziona fortemente i risultati, e definiscono i propri piani di investimento incorporando attese di un andamento al più stagnante della domanda finale, soprattutto quella interna.

 

Allo stesso modo, vi sono oggi tre milioni di disoccupati, ma altrettanti sono quanti desidererebbero lavorare pur non essendo neanche presenti nelle statistiche della disoccupazione, non avendo effettuato azioni di ricerca attiva.

 

I problemi dell’economia italiana vengono da lontano. L’ampia contrazione degli ultimi anni era stata preceduta da una fase di bassa crescita sin dalla seconda metà degli anni novanta.

La performance dell’economia italiana è deludente anche se valutata nel confronto con le altre maggiori economie. Il nostro ritardo nei confronti delle economie più avanzate ha continuato ad ampliarsi.  Se nel 1990 l’Italia presentava un Pil pro-capite pari al 74 per cento di quello Usa, già nel 2008 ci eravamo portati al di sotto del 70 per cento, e attualmente siamo sotto il 65 per cento. Si tratta di un ampliamento dei divari di dimensione clamorosa, che sta ponendo il nostro paese sempre più ai margini dei processi di sviluppo globali.

Se non riusciremo ad interrompere questa tendenza, il nostro paese si ritroverà rapidamente ai margini dei processi internazionali di sviluppo.

 

Il ritardo dell’economia italiana riflette un gap nei livelli della produttività che si è ampliato molto negli ultimi venti anni. L’Italia non è riuscita a sfruttare le opportunità offerte dall’ondata tecnologica legata all’Ict e frenata da una pubblica amministrazione non adeguata alle sfide che un’economia moderna è chiamata a raccogliere.

Sul ritardo tecnologico ha pesato anche l’età mediamente anziana della forza lavoro. L’invecchiamento della forza lavoro ha un peso importante perché rallenta l’adattamento dei processi produttivi ai nuovi standard. Rispetto ai concorrenti abbiamo anche un notevole ritardo in termini di dotazione di capitale umano, basti pensare al basso numero di laureati fra gli occupati italiani.

Il ritardo in termini di produttività del lavoro si associa alle difficoltà ad occupare le risorse umane potenzialmente disponibili a lavorare. Le fragilità del nostro mercato del lavoro sono concentrate nelle regioni del Sud; conta anche l’effetto di genere, dati i bassi tassi di occupazione femminili.

 

Alle difficoltà di natura strutturale, che condizionano la crescita potenziale del paese, si aggiungono da alcuni anni i problemi di domanda. Il sistema è caduto in una condizione di ampio deficit di domanda aggregata a seguito della crisi del credito e degli sforzi di correzione fiscale messi in atto durante gli anni passati.

 

La politica economica deve fronteggiare quindi da un canto le tendenze recessive legate alla fase di caduta della domanda, e dall’altro le fragilità strutturali, che ci hanno impedito di recuperare terreno anche nelle fasi congiunturali meno sfavorevoli.

 

Gli strumenti a disposizione per sostenere la domanda sono limitati: gli spazi per politiche fiscali espansive sono esigui dati i vincoli europei e i problemi di sostenibilità di un rapporto fra debito pubblico e Pil che tende ad aumentare; la politica monetaria ha un’efficacia solo parziale quando il settore bancario è in condizioni di fragilità, e limita l’erogazione del credito, soprattutto alle piccole e medie imprese.  

 

Ma sono rilevanti anche le difficoltà a intervenire con sufficiente incisività sul lato dell’offerta. Su questo versante l’economia italiana presenta fragilità di lungo periodo, testimoniate dalla stagnazione della produttività emersa a partire dalla seconda metà degli anni novanta, ben prima dell’ultima recessione.

L’obiettivo di queste politiche deve essere anche quello di innescare aumenti della produttività, tali da fare crescere i redditi interni e al contempo migliorare la posizione competitiva, in modo da sfruttare al massimo le potenzialità legate agli sviluppi della domanda estera.

Vi sono anche comparti tradizionali che possono presentare ampi spazi di crescita. Fra questi è noto come l’Italia non stia sfruttando adeguatamente le potenzialità concesse dalla propria industria turistica. Basti pensare al fatto che, sulla base della nostra dotazione in termini di patrimonio artistico a naturale, dovremmo essere largamente al primo posto per capacità di attrazione di turisti dall’estero. In particolare, nel corso degli anni passati non abbiamo beneficiato adeguatamente degli arrivi dai paesi emergenti, dove si sta creando un mercato potenziale di nuovi benestanti che acquisiscono un peso crescente nei flussi di turismo internazionale.

 

Le aree di intervento sono diverse. Nella fase più recente si punta principalmente sulle riforme finalizzate ad aumentare l’efficienza della Pa, e sugli interventi in materia di lavoro annunciati con il progetto del job act.

La strategia dei prossimi anni punta in particolare a un processo di revisione della spesa pubblica finalizzato a reperire le risorse utili per ridurre il cuneo fiscale. La dimensione degli interventi su questo versante è molto ambiziosa, oltre trenta miliardi, e questo giustifica la prudenza con cui viene valutata l’eventualità di conseguire pienamente tali obiettivi.

Le sfide che attendono la politica economica italiana non sono quindi semplici. La sovrapposizione di questioni strutturali e aspetti critici di natura congiunturale è colta nello schema delle politiche economiche annunciate dal Governo, con proposte di interventi che intendono modificare la struttura produttiva (misure di aumento dell’efficienza della Pa, riforma del lavoro) e al contempo fornire sostegno all’andamento della domanda aggregata (accelerazione dei pagamenti della Pa, decreto degli 80 euro, tentativo di rinviare il rispetto dell’obiettivo del pareggio del bilancio).

 

Il quadro resta però incerto. La cornice della politica di bilancio è ancora da definire, mentre riforme strutturali adeguate non sono semplici da realizzare, e avranno necessariamente bisogno di tempo per essere portate a termine e produrre i loro effetti sulla crescita.

 

Il tentativo delle famiglie di aumentare il tasso di risparmio, principalmente a scopo precauzionale,  deprime la crescita dei consumi, mentre per molte imprese la priorità è quella di ridurre l’esposizione verso il sistema bancario, più che il rilancio dei programmi di investimento.

 

Infine, ma non ultimo come importanza, resta il fatto che la pressione fiscale e contributiva, al centro come in periferia, continua ad essere troppo elevata, bloccata al 44% del PIL, sia per le famiglie che per le imprese.

Il Federalismo nostrano, unito ai forti obiettivi di risanamento della finanza pubblica, ha prodotto l’effetto nefasto di “raddoppiare” l’imposizione: mentre agli enti locali venivano ridotti significativamente i trasferimenti, non si registrava una corrispondente riduzione delle entrate a livello centrale, essendo state usate, le risorse risparmiate, a fini di risanamento di bilancio; al contempo gli enti locali hanno utilizzato sostanzialmente al massimo i nuovi margini di manovra consentiti loro dall’autonomia, per aumentare le proprie entrate tributarie ed extratributarie, dovendo fare fronte a questa situazione di minori risorse trasferite dal centro. Il risultato è stato che solo dal 2009 al 2012 famiglie ed imprese hanno pagato quasi 19 miliardi di maggiori imposte e tariffe.

 

Vi sono comunque alcuni segnali che indicano che il punto di minimo è stato toccato, anche se sinora i riscontri in termini di ritorno alla crescita sono quasi inesistenti. Di fatto, sembrano emergere comportamenti inerziali e scelte molto prudenti da parte degli operatori economici, che rendono questa ripresa più lenta rispetto ad altre fasi di recupero del passato.

 

Le caratteristiche della fase attuale

 

Le difficoltà a riattivare la domanda interna rappresentano in questa fase lo snodo principale al fine di valutare le prospettive della nostra economia.

La politica fiscale non ha però spazi di manovra più ampi rispetto alla politica monetaria. La traiettoria definita dagli obiettivi sul deficit prevedrebbe addirittura una convergenza verso il pareggio di bilancio in termini strutturali dal 2015. Ciò corrisponderebbe di fatto, dato il quadro macroeconomico attuale, a un deficit intorno al 2 per cento l’anno prossimo, ovvero un punto in meno rispetto al valore sul quale ci si potrebbe presumibilmente collocare quest’anno. Tale discesa andrebbe affidata a una manovra la cui entità dovrebbe essere anche superiore, dato l’obiettivo di trovare copertura per il prossimo anno allo sgravio stabilito con il decreto degli 80 euro. Si tratterebbe allora di una stretta fiscale poderosa, tale da portare il sistema verso una fase di contrazione della domanda aggregata, vanificando anche per il prossimo anno le attese di un recupero del ciclo economico.

Appare quindi del tutto condivisibile la scelta del Governo di cercare di allentare i vincoli europei per ridurre la morsa della stretta fiscale. Al momento non è ancora chiaro quale possa essere l’entità degli spazi che potranno esserci concessi.

 

In presenza di un ampio deficit di domanda l’aggiustamento spontaneo dell’economia tende a esplicarsi attraverso una significativa decelerazione dei prezzi e dei salari. Il rallentamento dei redditi rischia di degenerare, portando il sistema addirittura verso una fase di deflazione. Non pare ancora questo il caso dell’Italia e delle altre economie della periferia europea, ad eccezione della Grecia, ma certamente stiamo entrando in una fase in cui le prospettive dell’inflazione negli anni a venire si sono molto ridotte.

Nel caso italiano i riflessi del rallentamento dell’inflazione hanno anche ripercussioni importanti sulla finanza pubblica; infatti, a una minore inflazione corrisponde una decelerazione del Pil nominale, ovvero la variabile che sta al denominatore del rapporto debito/Pil. La discesa di tale rapporto ne risulta quindi ostacolata il che, ricordando che il Fiscal compact ci richiede invece una rapida riduzione nei prossimi anni, accresce l’incertezza sulle prospettive della nostra politica di bilancio.

 

Dal punto di vista delle caratteristiche del processo di crescita abbiamo ulteriore conferma delle difficoltà ad attivare un recupero della domanda interna. Ci si ritrova quindi a dipendere ancora dal traino dell’export quale principale sostegno alla crescita. Le esportazioni non sono però riuscite a raggiungere tassi di crescita sufficientemente robusti per potere sostenere da sole la fase di avvio della ripresa.

La dinamica dell’export non è quindi sufficiente per sostenere da sola la crescita della nostra economia. A ciò si aggiungono poi alcuni tratti peculiari della fase attuale, e in particolare le tensioni politiche fra Russia e Ucraina, che hanno portato a inizio 2014 ad una contrazione del commercio di questi paesi con l’area dell’euro.

 

Allungamento dei tempi del recupero

 

Ecco quindi che la recessione, una volta terminata, può stentare a fare posto ad una fase di recupero.

E’ quanto abbiamo in effetti osservato nel corso dell’ultimo anno. Dalla metà del 2013, hanno iniziato a materializzarsi le premesse per un graduale recupero della nostra economia ma l’attività economica non ha accennato a rafforzarsi, e il PIL anche nel 2013 e fino ad oggi ha registrato per 5 trimestri su 6 variazioni negative.

Stante così la situazione, i tempi di “recupero”, rispetto ai valori pre-crisi, della ricchezza nazionale, dei consumi delle famiglie e dell’occupazione, risulteranno sicuramente rallentati ulteriormente: per il PIL possiamo ipotizzare un rientro su valori del 2007 non prima di 7 anni, per i consumi delle famiglie occorreranno almeno 6 anni e per gli occupati almeno 8.

 

Le prospettive per il 2014 ed il 2015

 

Il quadro osservato nella prima metà del 2014 ha, come noto, smentito le attese di un consolidamento della ripresa, infatti il PIL ha fatto registrare per i due primi trimestri il segno negativo, collocandosi a -0,3% nel semestre. Ci si chiede quindi se vi possano essere chances di fare meglio l’anno prossimo, oppure se il nostro paese sia condannato a un periodo di stagnazione per molto tempo. Gli elementi che rendono plausibile uno scenario di graduale recupero dell’economia possono essere ricondotti innanzitutto al fatto che vi sono segnali di tenuta delle esportazioni, cui si accostano diverse indicazioni a favore di una stabilizzazione delle componenti della domanda interna che più avevano sofferto durante gli anni passati.

Di positivo vi è poi da segnalare il fatto che la disinflazione è stata accentuata anche dall’andamento depresso delle quotazioni di alcune materie prime (soprattutto alimentari e energetiche) per cui si inizia a prospettare la possibilità di una fase di crescita dei salari reali. A ciò si devono poi aggiungere i primi segnali di stabilizzazione dei livelli occupazionali, segnale coerente con l’ipotesi che le imprese inizino a percepire un minore grado di incertezza sulla prospettive.

Si configura quindi uno scenario in cui i consumi potrebbero iniziare a recuperare, sia pure gradualmente.

 

Queste considerazioni definiscono uno scenario in cui di fatto la mancata ripresa del 2014 (prevediamo infatti il PIL ancora col segno meno: -0,2%) risulta posticipata e si materializza solamente dal prossimo anno ed in modo molto ridotto (0,9%).

L’entità del recupero che al momento appare ragionevole proiettare è comunque contenuta. Una crescita ancora al di sotto dell’1 per cento appare difatti in grado di indurre miglioramenti dei bilanci di famiglie e imprese del tutto esigui rispetto alle perdite osservate negli anni passati. La dimensione della ripresa non sarebbe d’altra parte sufficiente per stimolare un’inversione di tendenza degli investimenti delle imprese nella maggior parte dei settori produttivi.

 

Anche l’effetto positivo che ne deriverebbe sul bilancio pubblico è modesto, non in grado di assecondare quell’assorbimento spontaneo del deficit che renderebbe meno complicata l’azione della nostra politica di bilancio.

Infine, anche i guadagni occupazionali che possono essere associati a tale scenario sono marginali; la crescita sarebbe difatti completamente assorbita dai possibili recuperi in termini di produttività.

 

Quadro macroeconomico italiano

 

 

 

 

 

Var. % salvo diversa indicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Previsioni REF Ricerche

 

2011

2012

2013

2014

2015

Prodotto interno lordo

0,5

-2,4

-1,9

-0,2

0,9

 

 

 

 

 

 

Importazioni

0,8

-7,0

-2,8

1,7

3,2

 

 

 

 

 

 

Consumi finali nazionali

-0,5

-3,6

-2,2

0,1

0,3

- spesa delle famiglie residenti

-0,3

-4,0

-2,6

0,2

0,7

- spesa della PA e ISP

-1,3

-2,6

-0,8

-0,2

-0,9

 

 

 

 

 

 

Investimenti fissi lordi

-2,2

-8,0

-4,6

-1,5

1,6

 

 

 

 

 

 

Esportazioni

6,2

2,1

0,1

1,9

2,9

 

 

 

 

 

 

Prezzi al consumo

2,8

3,0

1,2

0,4

0,7

Tasso di disoccupazione

8,4

10,7

12,2

12,5

12,3

Unità di lavoro totali

0,1

-1,1

-1,9

-0,5

0,2

 

 

 

 

 

 

Dati in % del Pil

 

 

 

 

 

Saldo partite correnti

-3,1

-0,4

0,8

0,9

0,9

Indebitamento netto

-3,8

-3,0

-3,0

-3,0

-2,7

Saldo primario

1,2

2,5

2,3

2,2

2,2

Debito P.A. definizione Ue

120,7

127,0

132,6

135,7

136,7

 

 

 

 

 

 

Quadro economico internazionale

 

 

 

 

 

Var. % medie annue

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Previsioni REF Ricerche

 

2011

2012

2013

2014

2015

Commercio mondiale

6,0

2,8

2,8

3,4

4,4

Pil

 

 

 

 

 

Usa

1,6

2,3

2,2

2,0

2,9

Area euro

1,6

-0,6

-0,4

0,8

1,4

Giappone

-0,4

1,5

1,5

0,9

0,2

 

 

 

 

 

 

Prezzi materie prime in dollari

 

 

 

 

 

Petrolio

38,1

0,7

-3,0

-0,3

-5,9

Non energetiche

25,0

-9,9

-8,6

-0,2

-1,6

 

 

 

 

 

 

Tassi d'interesse ufficiali - livello

 

 

 

 

 

Usa - Fed funds

0,3

0,3

0,3

0,3

0,7

Area euro - tasso repo

1,3

0,9

0,6

0,1

0,0

 

La proposta Confesercenti

 

Come abbiamo visto la situazione della nostra economia, da diversi anni, continua ad essere preoccupante e l’Italia sta progressivamente scivolando verso il basso rispetto agli altri Paesi europei e al sistema internazionale. A problemi strutturali di più lunga data di sono recentemente affiancati forti carenze di domanda (da parte delle famiglie e delle imprese) che insieme costituiscono un combinato disposto molto pericoloso.

 

Sicuramente vanno perseguite incisive “politiche dell’offerta” miranti a recuperare produttività, ad aprire i mercati e quindi a migliorare le capacità competitive della nostra economia.

In questo senso vanno proseguiti con più forza, accelerando,  le iniziative volte a favorire gli sforzi di modernizzazione del sistema imprenditoriale, di sburocratizzazione e riduzione dei costi per gli adempimenti, di privatizzazione di assets non strategici, ma anche di taglio della spesa, laddove si rinvengono con maggiore certezza sprechi ed inefficienze.

E’ questo il caso delle aziende partecipate, degli acquisti della PA e della riforma istituzionale.

Sulle aziende partecipate, la riduzione di circa 2000 unità, con un risparmio di 500 milioni di euro nel 2015, preannunciata dal Commissario Cottarelli, è sicuramente un dato positivo, ma certamente può essere solo un inizio: si stimano circa 10.000 enti partecipati (contro i circa 1000 in Francia) ed il risparmio di spesa può certamente essere molto più significativo.

Per quanto riguarda la riforma istituzionale, al centro ed in periferia, Confesercenti continua ad essere convinta della necessità e della realizzabilità dell’abolizione “vera” delle province, con risparmi significativi, anche se progressivi, di spesa.

 

Le difficoltà dell’economia, e il contesto meno favorevole sul versante della domanda internazionale, rendono poi necessaria una politica in grado di produrre uno stimolo in tempi molto rapidi, per invertire la tendenza ad un avvitamento molto pericoloso che potrebbe portare ad una situazione di stagnazione per diversi anni.

La posizione della stessa Bce, preoccupata evidentemente per il rischio che si possano materializzare sintomi di deflazione, è recentemente divenuta consapevole dell’importanza di un rilancio della domanda e della necessità di un  coordinamento fra politiche monetarie e fiscali, oltre che di un coordinamento fra le politiche dei diversi paesi.

 

Per questa ragione, avendo in considerazione l’attuabilità in tempi brevi,  ed il fatto che sia di dimensioni significative, tali da invertire le aspettative, la proposta di Confesercenti è di operare un intervento sul lato fiscale, composto dall’estensione del bonus di 80€ ai pensionati entro i 25.000€ di reddito annuo e dal taglio di almeno due punti delle aliquote irpef. Il costo sarebbe di circa 15 miliardi di euro.

 

L’effetto sul Pil di una tale misura si aggirerebbe intorno allo 0.2% se ottenuto con parallele riduzioni di spesa e dello 0.7% se effettuato in deficit.

 

Ovviamente va anche assicurato il rinnovo, permanente, del bonus di 80 euro ai lavoratori dipendenti, varato quest’anno. Il che farebbe arrivare le risorse messe e disposizione per le famiglie, in particolare quelle con redditi più bassi, e maggiore propensione alla spesa, a circa 25 miliardi.

Sicuramente, avendo la certezza che questi interventi siano permanenti, si produrrebbe un effetto positivo sulla nostra economia, a partire dai consumi delle famiglie, e si potrebbe così avviare un effetto moltiplicatore che potrebbe ridare fiato anche alle imprese ed all’occupazione.

 

Nel caso italiano una strategia di questo genere appare coerente con l’ipotesi governativa di mettere in campo una serie di riforme in grado di innalzare nel medio termine il tasso di crescita potenziale dell’economia, in modo da consentire di posticipare l’aggiustamento fiscale rinviandolo ad una fase meno sfavorevole dal punto di vista della crescita.

 

Vanno anche proseguiti gli sforzi per individuare le modalità, a livello europeo,  per accrescere gli investimenti pubblici, sia attraverso deroghe ai vincoli di bilancio, sia attraverso l’individuazione di canali di finanziamento specifici a livello comunitario.

Un aumento degli investimenti pubblici sarebbe, fra le misure di politica di bilancio, quella con maggiori probabilità di conseguire effetti positivi sulla crescita nel medio periodo.

Su questo tipo di proposte sarebbe importante riuscire a fare convergere un ampio numero di paesi europei in modo che non venga percepito come il tentativo di alcuni paesi periferici di eludere gli obiettivi di convergenza.

Va ricordato, infine, che se manovre dello stesso genere, e comunque di segno espansivo, venissero adottate contemporaneamente in tutti i paesi dell’area euro l’effetto sulla crescita sarebbe maggiore e l’impatto sul deficit sarebbe inferiore rispetto a quanto abbiamo indicato. Una politica di questo genere potrebbe aiutare l’intera area euro ad affrontare un anno pieno di incertezze come il 2015.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 09 Dicembre 2014 10:18
 
Confesercenti: un'impresa su quattro dura meno di tre anni PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 03 Settembre 2014 12:07

Sulla base di analisi svolte dal centro studi di Confesercenti nazionale, le nuove attività  sembrano destinate ad avere una vita sempre più breve.

Secondo le nostre rilevazioni, riporta lo studio di Confesercenti,  la crisi ha accorciato notevolmente la vita delle imprese del commercio: a giugno 2014 oltre il 40% delle attività aperte nel 2010 – circa 27mila imprese sul territorio nazionale– è già sparito, bruciando un capitale di investimenti di circa 2,7 miliardi di euro. Un’impresa su quattro dura addirittura meno di tre anni.

Nel Lazio la situazione analizzata presenta questi dati percentuali di chiusure delle attività che avevano aperto i battenti negli ultimi anni: hanno chiuso a giugno 2014 il 36,2% delle nuove imprese aperte nel 2010, il 30,7% nel 2011 ed il 17,5% nel 2012.

 
"Roma produttiva e solidale" Nasce la rete delle eccedenze alimentari PDF Stampa E-mail
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Lunedì 01 Settembre 2014 15:13

Confesercenti firmataria del protocollo con l’Assessore Leonori per la costituzione della cabina di regia.

L’assessore alle Attività produttive del Comune di Roma ha firmato con i rappresentanti di associazioni di volontariato e di categoria, tra cui la Confesercenti di Roma, il protocollo ‘Roma produttiva e solidale’, un progetto fortemente ideato e voluto da Roma Capitale e promosso dall’assessorato Roma produttiva e dall’assessorato a sostegno sociale sussidiarietà. Il protocollo prevede la costituzione di una cabina di regia, presso l’assessorato Roma Produttiva, composta dai firmatari e dai municipi per monitorare, sostenere e migliorare il progetto in progress. Merci invendute, ma ancora commestibili, possono essere distribuite alle associazioni che seguono le persone in difficoltà. Il progetto del Comune vede la partecipazione dei municipi romani, grazie ai quali sarà possibile sul territorio, il recupero dell’eccedenze e la loro distribuzione a enti e associazioni che assistono chi ha bisogno. Tra i prodotti da poter donare, preferibilmente entro due giorni dalla scadenza, con una confezione integra, con l’indicazione della temperatura di conservazione, senza difetti sensoriali evidenti, quelli di largo consumo ad eccezione di alcolici, prodotti freschi, formaggi e salumi. Nel progetto sono stati coinvolti Confesercenti, Confcommercio Roma, Cna, Confartigianato, Centro agroalimentare di Roma e Unicoop Tirreno, la Caritas, la Comunità di Sant’Egidio, l’Associazione Centro Astalli, l’Associazione Banco Alimentare Onlus, la Fondazione Banco Alimentare ‘Fiti Cibo’, il Centro italiano di solidarietà don Mario Picchi, le Acli provinciali di Roma e l’Associazione Sempre Insieme per la Pace, l’Esercito della salvezza, la Croce Rossa Italiana, Comitato provinciale Roma, San Vincenzo De Paoli.

Ultimo aggiornamento Lunedì 01 Settembre 2014 15:23
 
Lazio delle Idee: proposte e progetti della Regione Lazio PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 06 Agosto 2014 09:09

Proposte e progetti per migliorare la vita delle persone

visita il sito  www.lazioidee.it

Con l'Europa il Lazio cambia e riparte

Con il Fondo sociale europeo e i Fondi strutturali

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Agosto 2014 09:19
 
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