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Le proposte Confesercenti: lavorare per la crescita PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Giovedì 15 Settembre 2011 16:59

Confesercenti nazionale: fuori dall’emergenza, lavorare per la crescita

Con le previsioni di crescita esposte nel Rapporto Confesercenti-Ref, la costruzione di una strategia di sviluppo assume nel nostro Paese carattere di maggiore delicatezza e rischiosità. A questi tassi si recupererebbero i livelli pre-crisi soltant
o nel 2015-2016. Siamo costretti, purtroppo, a ribadire che questo stato di cose implica l’urgenza di lanciare una grande “operazione sviluppo”. Già lo scorso anno proponevamo una sorta di Stati generali per lo sviluppo – governo, regioni, parti sociali - che lavori concretamente su progetti utili al futuro del Paese visto che neanche le esportazioni riescono più a darci quelle prospettive che storicamente ci hanno permesso di uscire dalle crisi.Quindi, a nostro parere:

- si deve, innanzitutto, uscire, una volta per tutte, dall’ottica dell’emergenza che impedisce di guardare al di là di un orizzonte limitato e del piccolo cabotaggio, va creato un nuovo clima di fiducia e di certezza, condizioni necessarie per le imprese (investire, assumere) e per le famiglie (decisioni di spesa, programmi sul futuro);
- è inconcepibile una situazione in cui la pressione fiscale sia a livelli “nordici”, con una rete di servizi per cittadini ed imprese assolutamente inefficiente ed inefficace, se paragonato a quei paesi;
- vanno tagliati sul serio la spesa improduttiva e gli sprechi, va razionalizzata ulteriormente la spesa per acquisti, per riportare - con un piano pluriennale-rigoroso - il debito pubblico sotto il 100%; a questo scopo si deve avere anche la capacità di riprendere il percorso di vendita di una parte del patrimonio pubblico dello Stato e degli EELL e di ridurre la partecipazione pubblica in Enti non strategici. Una vendita del 5% del patrimonio non utilizzato potrebbe fornire circa 3 punti di PIL (50 miliardi);
- si deve agire con coraggio sui costi della politica. La somma dei costi diretti e di funzionamento collegati alla rappresentanza politica - comprensivi, cioè, degli emolumenti al corpo politico e di tutti gli altri costi (costo del lavoro dei dipendenti pubblici e consumi intermedi) connessi all’attività - si può ragionevolmente stimare ammonti a circa 10 miliardi di euro, di questi sicuramente 2,2 miliardi di euro vanno per le indennità di parlamentari e consiglieri di assemblee legislative a qualunque livello di governo. Nel complesso, il costo della rappresentanza politica è di 400 euro per ciascun nucleo familiare italiano. Serve anche, ovviamente, una riforma complessiva dell’organizzazione del nostro sistema amministrativo per definire un quadro chiaro e condiviso delle funzioni a tutti i livelli di governo. Da qui anche la necessità dell’abolizione delle Province, senza più rinvii.
Occorre riconsiderare anche il sistema delle esternalizzazioni e degli appalti della Pubblica Amministrazione, recuperando criteri di trasparenza e appropriatezza per evitare la catena degli sprechi e clientele.Infine, va riformato anche il settore dei servizi pubblici locali: nel 1996 c’erano 30 aziende municipalizzate in forma di SpA, oggi ce ne sono quasi 800. Nelle società di capitali partecipate dagli enti locali si contano oltre 38mila persone con cariche sociali. I compensi dovuti al moltiplicarsi di incarichi nei CdA andrebbero computati tra i costi della politica a pieno titolo;
- bisogna riprendere il cammino delle liberalizzazioni: il settore distributivo è uno dei pochi che in maniera sistematica è stato oggetto di ripetuti interventi in questo senso. E’ ora di aumentare i livelli di concorrenza di tutto il sistema: le utilities, i servizi pubblici locali, il trasporto ferroviario regionale, le professioni;
- va affrontato con una sessione separata e con il coinvolgimento delle parti sociali il tema di una vera riforma organica del fisco, che ridistribuisca il carico delle imposte, semplifichi il sistema, lasci in pace chi rispetta gli studi di settore, aggredisca l’elusione delle grandi imprese, colpisca l’abusivismo dilagante ed il doppio lavoro in nero. Si fissi – come in Francia - un tetto massimo ad una pressione che se sommerà interventi nazionali a nuovi interventi di stampo “federalistico” – come sembra si stia facendo sinora - rischierà di far collassate il sistema, riduca la pressione sul lavoro e l’impresa.
- va altresì portato a termine una volta per tutte il tema della riforma previdenziale, per eliminare i continui aggiustamenti che creano incertezze perenni ai cittadini su un tema delicato come quello legato alle prospettive delle condizioni di vita;
- si deve rilanciare la spesa per infrastrutture, più che mai necessaria sia in funzione anticiclica che per rilanciare lo sviluppo meridionale: dare contenuti produttivi alla domanda pubblica, attraverso il varo di un piano di investimenti pubblici che operi da volano dell’economia (con effetti immediati sul versante occupazionale). Va rivisto il programma delle “grandi opere”, concentrando la maggior parte delle risorse finanziarie disponibili al completamento accelerato delle più rilevanti opere avviate, quelle con progetti immediatamente cantierabili; stanziare il restante per un ampio programma di manutenzioni straordinarie delle aree urbane, degli edifici scolastici e di riassetto del territorio nelle regioni più a rischio.

 

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